A cura di
Attilio Steffano
Con il contributo di
Carlo Bernabei, Serena Bocchi, Andrea Frontino
Descrizione
Con la definizione di salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, “stato di
benessere fisico, psichico e sociale e non la semplice assenza di malattia” e con
l’art.32 della Costituzione della Repubblica Italiana che “tutela la salute come
fondamentale diritto dell’individuo”, abbiamo assistito ad un importante
cambiamento del concetto di salute. Fu solo la fine del novecento, però, a
caratterizzare un concetto di salute che differisce a seconda che la persona sia un
uomo o una donna.
Si fa risalire la “nascita” della medicina di genere all’inizio degli anni ’90 nel campo
della ricerca sulle malattie cardiovascolari. Bernardine Patricia Healy, appena
diventata Direttrice dell’Istituto di Cardiologia dell’Istituto Nazionale della Salute
(NIH) degli Stati Uniti, si accorse che la ricerca scientifica in quell’Istituto era
condotta solo sugli uomini e sugli animali maschi e che, a livello clinico, le donne
erano sottoposte molto meno degli uomini a procedure diagnostiche e terapeutiche
tipo coronarografie, trombolisi, stent coronarici.
Scrisse quindi un famoso editoriale, pubblicato sul New England Journal of
Medicine, intitolato The Yentl Syndrome, riferendosi a Yentl, l’eroina di un racconto
di Isaac Singer del 1904 ambientato in un villaggio rurale ebraico in cui viene narrata
la vita di Yentl, una giovane donna che, per fuggire alle aspettative dell’epoca, si
finge uomo per accedere alla scuola ebraica e studiare il Talmud. “Storicamente,
essere come un uomo è stato un prezzo che le donne hanno dovuto pagare per
l’uguaglianza”, scrisse Bernardine Healy.
Ancora oggi si osserva una sottostima dei sintomi da parte dei medici e delle donne
stesse, nonostante siano state gettate le basi per un approccio alla Medicina Generespecifica
sostenuto anche dalla legge 3/2018; una legge, questa, che ci porta ad
essere tra i primi in Europa ad aver ufficializzato la medicina di genere.
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